IronMan 70.3 Italy: emozioni targate Team Panda

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Torno a gareggiare nell’ironman 70.3 Italy dopo due anni dal mio esordio in un mezzo ironman, sempre qui a Pescara. L’intero weekend è un’ottima occasione per trascorrere del tempo con i compagni di squadra del Team Panda, e per conoscerne di nuovi: persone fantastiche, ve le raccomando. Passo l’intera giornata di sabato godendomi per lo più sole e mare, due cose di cui sono ormai orfano vivendo in Irlanda. Sabato notte, però, faccio una gran fatica a prender sonno, sono le 3 del mattino e ancora mi rigiro nel letto per colpa di quella maledetta ansia pre-gara in cui pensi che tutto andrà storto, che non ti senti all’altezza, perché purtroppo di allenamenti, da gennaio a oggi, ne hai saltati tanti. Domenica mattina il mare è mosso, e l’organizzazione opta per un accorciamento del percorso swim, ridotto da 1900 metri a 1200. Non si nuota più in mare aperto ma si rimane all’interno dell’aerea delimitata dai frangiscogli. Mi infilo con Strong, Carlo, LG e Manzik nella partenza al di sotto dei 30 minuti con modalità rolling start. Nella prima parte della frazione swim, più che nuotare è un camminare lungo la secca iniziale. Mi tuffo in acqua ripetutamente cercando di guadagnare qualche metro fino a quando il livello dell’acqua non mi consente di impostare finalmente un nuoto decente. Devo comunque immergermi un paio di volte sotto i cavalloni che potrebbero farmi allontanare di tanto dalla traiettoria ideale. Non è facile nuotare quando il mare è mosso e non lo è, ancora di più, quando nel nuoto di ritorno verso la spiaggia mi ritrovo nel caos generale degli atleti che, partiti dopo di me, nuotano in direzione opposta. Evito due o tre scontri frontali: una capocciata in mezzo al mare me la vorrei risparmiare. Prima di uscire dall’acqua ci sono da percorrere ancora 200 metri di secca camminando con l’acqua alle ginocchia e incomincio ad avere un po’ di affanno. Esco dall’acqua in 20 minuti, non un gran tempo, un po’ al di sotto delle aspettative.

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Entro nella transition area e riesco a velocizzare la procedura togliendo la muta, indossando casco, scarpini e numero. Inforco la bici e inizio la frazione bike. Ci sono da completare 2 giri da 45 chilometri per un totale di 90 chilometri con 800 metri di dislivello. Capisco subito che in bici sto bene e che posso spingere. Chiudo il primo giro con quasi 35 km/h di media, godendomi anche il paesaggio sulle colline abruzzesi con la vista del mar Adriatico. Al giro di boa nel centro di Pescara, c’è un tifo pazzesco da parte dei ragazzi del Team Panda che sono venuti a vedere la gara. C’è anche Mapi (Maria Pia) che nonostante i 35 gradi si è travestita indossando un costume da Panda e incita tutti noi con un megafono -un’energia pazzesca- una vera forza della natura.

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In uscita da Pescara, approfitto di nuovo del vento a favore lungo l’asse attrezzato del tutto pianeggiante per tenere una media alta prima di affrontare di nuovo le salite delle colline pescaresi. Chiudo una frazione bike anomala, più lunga del normale (94 km) in 2 h e 50 min con 33.4 km/h di media.

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Lascio la bici in zona cambio e inizio la frazione run. Mi sento molto bene e le gambe non sono ancora affaticate. Da piazza Salotto mi immetto sul lungomare di Pescara con Persichello (Marco) che mi corre accanto con una bandiera del Team Panda urlandomi “daje Emilioansio”. Sono in trans e per alcuni secondi sono talmente fomentato da non sentire minimamente la fatica. Transito davanti al gazebo del Team Panda sull’onda dell’entusiasmo e mi sparo il primo km a 4.40 min/km: un passo che non posso chiaramente tenere per altri 20 km, anche perche devo trascinarmi una zavorra di 80 kilogrammi. Mi assesto quindi intorno a un passo di 5.30 min/km anche se nei primi chilometri ho delle costanti fitte intercostali che non stentano a diminuire. Scavalco il ponte pedonale del lungo mare e sto soffrendo talmente il caldo che vorrei solo raffreddarmi con dell’acqua gelida. Mi fermo ad ogni ristoro, ogni 5 km, prendo un gel, bevo due o tre bicchieri d’acqua (scarto qualsiasi bevanda gassata-Coca Cola e Red Bull per evitare problemi allo stomaco), mi bagno la schiena e mi infilo una spugna bagnata sotto il cappello e riparto di nuovo. Dopo 10 km completo il primo dei due giri e ancora una volta passato il gazebo del Team Panda sono accolto con urla e grida che mi danno una grande spinta motivazionale. Sul lungo mare, nella direzione opposta alla mia incrocio anche Manzik e Carlo, che avevo superato nella frazione bike, ma che con il loro passo potrebbero riprendermi in pochi km. Così è stato, prima mi supera Manzik al 15esimo km e subito dopo anche Carlo. Non perdo molta distanza da entrambi, infatti tra il 16esimo al 18esimo chilometro li ho sempre a vista, ad una distanza di soli 20 metri. La tentazione di accodarmi a loro è tanta, ma sono ormai scoppiato e non ho più un briciolo di forza nelle gambe per andare a riprenderli. Mi trascino gli ultimi 3 km fino ad attraversare la finish line con il sorriso, chiudendo questo quarto mezzo ironman in 5 ore e 24 minuti.

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Mi metto al collo la medaglia da finisher e mi dirigo verso gli altri ragazzi sotto il gazebo del Team Panda. Mapi mi viene incontro commossa e mi abbraccia. Capisco in questo momento quante energie abbia investito nel fare in modo che tutto il supporto durante questa gara fosse per noi perfetto. Un grazie ad Angela della Fondazione vvVincent, anche lei a Pescara, a Persichello, Sara e Chicca per il tifo costante, a tutti coloro che erano presenti lungo il percorso compresi i miei genitori, e un grazie all’amico Augusto (Cicli Antonelli) che mi ha messo ancora una volta nella condizione di correre su una bici perfetta. L’ironman 70.3 a Pescara regala sempre tante emozioni. Quest’anno con il Team Panda siamo anche vincitori della Division V nel TriClub program, e a Maggio 2018 si andrà con la stessa carica e lo stesso entusiasmo a conquistare il titolo Europa/Africa/Medio Oriente per squadre all’IronMan 70.3 a Barcelona.

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IronMan 70.3 Pula: il viaggio della speranza

Avete presente il film “Parto col folle”, dove Robert Downey interpreta un architetto che in viaggio per Los Angeles si ritrova a condividere per uno sbaglio una serie di disavventure con Ethan Tremblay interpretato da Zach Galilifianakis (quello di “una notte da leoni”)? Ecco, se lo avete presente diciamo proprio che il viaggio per l’Ironman 70.3 a Pula in Croazia ha molto di simile con la sceneggiatura di quel film, solo che in questo caso di folli ce ne erano ben 4: Emilianochi? (Io) al mio terzo IM 70.3, LG (Luca) all’esordio con un IM 70.3, Persichello (Marco, futuro Ironman) e Irene (la ragazza di Luca).

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Partiamo venerdì mattina da Roma intorno alle 8.30, convinti di percorrere facilmente gli 800 Km che ci separano da Pula, anche se il meteo non è proprio dei migliori, visto che per tutta la giornata sono previsti forti temporali. Proprio per questo motivo decidiamo di coprire le nostre biciclette agganciate sul portabici posteriore con un bel telo di plastica, per evitare che si inzuppino durante il viaggio. Tutto fila liscio nei primi Km di autostrada, fino a quando improvvisamente non sentiamo arrivare un tonfo dalla parte posteriore della macchina di LG. Ci fermiamo immediatamente, e usciti ci accorgiamo che la mia bici si era praticamente staccata in parte dal portabici. Colpa nostra per averle fissate in maniera superficiale e del telo in plastica che con un “effetto vela” si stava trascinando via sull’autostrada del Sole entrambe le bici. Gettiamo via il telo, e fissiamo meglio entrambe le bici utilizzando una corda che fortunatamente avevo infilato in macchina solo all’ultimo secondo.

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Ci rimettiamo in cammino e dopo un paio di Km siamo costretti ad uscire dall’autostrada, perché a causa del nubifragio un camion si era ribaltato causando 10 km di coda. Ci aspettano quindi 90 km di stradine statali prima di poter rientrare definitivamente in autostrada. Poco dopo, decidiamo di fermarci nuovamente per una breve sosta ad un autogrill nei pressi di Arezzo. Un caffè, due chiacchiere con LG e Marco ipotizzando un pronostico sulla gara di Domenica e torniamo in macchina aspettando Irene che arriverà pochi minuti dopo. Altri 40 Km e ci fermiamo di nuovo per fare benzina. Proprio qui Irene si accorge di non avere più il portafogli. Non lo ha nella sua borsa ed è convinta di averlo lasciato per sbaglio sul tettino della macchina. Perfetto! Iniziamo bene! Cose che capitano! Torniamo indietro di altri 40 Km, sperando che il portafogli sia caduto nel parcheggio del primo autogrill e non in autostrada. Nulla!!! Incrociamo una volante della Polizia Autostradale e le esponiamo il problema, lasciandole un numero di telefonico nella speranza lo intraveda lungo l’autostrada. Fortunatamente, ci richiama poco dopo dicendoci di averlo ritrovato (ovviamente senza più un euro all’interno) e che dobbiamo recarci alla stazione di Arezzo per fare comunque la denuncia di smarrimento.

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Denuncia fatta, riprendiamo il viaggio verso Pula ma siamo di nuovo bloccati nel traffico rallentati da una coda di 10 km nei pressi di Bologna, sempre a causa di un incidente. Intanto il tempo passa, è ormai tardo pomeriggio e siamo ampiamente fuori dalla nostra tabella di marcia. Passiamo finalmente Trieste intorno alle 8 di sera e ci avviciniamo al confine con la Croazia. Se tutto va bene per le 22 siamo finalmente a Pula. Irene nel frattempo è al volante, mentre io siedo dietro con Luca. A 500 metri dal confine intravedendo la dogana domando agli altri se hanno con sé i propri documenti. Le risposte di LG e Irene mi gelano il sangue: si sono scordati i documenti a casa. E adesso che cazzo facciamo??? Persichello invece fortunatamente lo ha con sé. Dico a Irene di scambiarci al volante nella speranza chiedano il documento solo al conducente, ma è ormai tardi e siamo già in coda per i controlli. Arriviamo inesorabilmente davanti ai doganieri croati che ci chiedono tutti i documenti. Irene per prima, in un tentativo misero, rilascia la sua patente in parte distrutta dopo la caduta del portafogli lungo l’autostrada (alcune parti erano addirittura mancanti). La faccia del doganiere croato non lascia nessuna speranza e impietosamente ci ordina di fare dietro front verso l’Italia. Siamo nel panico più totale. Ci fermiamo lungo la strada per Trieste e cerchiamo di capire come arrivare in Croazia. Facciamo un secondo tentativo, provando una seconda dogana distante un paio di Km dalla prima. Adesso mi metto al volante io nella speranza chiedano il documento solo a me. Percorriamo una serie di stradine di campagna prima di arrivare alla seconda dogana. Ce la stiamo cagando veramente sotto. Questa volta tocca a me affrontare i doganieri croati. Mi fermo davanti al doganiere, gli consegno il mio passaporto, il documento di Marco e le due patenti di LG e Irene. Alla vista delle due patenti mi domanda: “ma tu con la patente andare in Canada?”, Io cosciente di prenderlo per il culo rispondo: “credo di si, molto probabilmente!”, e lui: “io invece dire proprio di no!”. A questo punto provo almeno a esporgli la situazione, dicendogli che abbiamo dimenticato solo due documenti e che stiamo andando a fare solo un fottutissimo Ironman a Pula. La sua risposta è inesorabile:”allora tornate in Italia a prendere documenti!!!”.  A questo punto le pensiamo di tutte: passaggio di Irene e LG nei boschi tra Slovenia e Croazia, nasconderli entrambi nel portabagagli della macchina, corrompere i doganieri croati, chiamata ai carabinieri e chiamata al console croato. Alla fine però l’unica soluzione è tornare verso Trieste e pensare a qualcosa di concreto da fare. La soluzione finale è quella di far arrivare entrambi i documenti a Venezia, con il treno da Roma delle 6.50 del mattino successivo, consegnando i documenti direttamente al Capo Stazione (il tutto grazie alla collaborazione delle coinquiline di LG e Irene). Irene e LG decidono quindi di pernottare a Trieste, nella speranza di recuperare i documenti il giorno successivo, mentre io e Marco ci avviamo verso Pula cosciente della possibilità di dover affrontare l’Ironman 70.3 da solo la Domenica successiva. Arriviamo finalmente a Pula alle 2 di notte, dopo due ore di macchina sotto al diluvio universale e dopo un viaggio durato 16 ore. Andiamo a dormire senza cena e solo con un paio di pezzi di crostata fatta da mia madre, nella speranza di ricevere buone notizie da LG e Irene il mattino seguente. Alle 8 del mattino mi arriva un messaggio da LG che fortunatamente ha recuperato i due documenti a Venezia e sta già tornando verso Trieste. Arriveranno alle 5 del pomeriggio a Pula e LG sarà appena in tempo per la registrazione all’Ironman 70.3.

IronMan 70.3 Dublin-Irlanda

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La sera prima dell’ IronMan 70.3 di Dublino sono in albergo e nel tentativo di rilassarmi rileggo la mail del coach cercando di focalizzare i consigli per la gara. Sveglia alle 4.30 del mattino. Provo a mangiare un po’ di riso, alternandolo con qualche fetta di pane e marmellata, ma alle 5 il mio stomaco è chiuso e si rifiuta. Mando giù un caffè per cercare di riattivarmi, ancora stordito dalle poche ore di sonno. Alle 5.30 il taxi è fuori ad aspettarmi per arrivare alla partenza dell’Ironman 70.3 di Dublino (lo start è in località Dún Laoghaire, una baia che dista 12 km dal centro di Dublino). Lungo la strada passo a prendere Bruno, venuto da Roma per affrontare anche lui il 70.3. Bruno negli ultimi due giorni è una mummia, non parla e sente tantissimo la tensione pre-gara (si vede che vuole fare il tempone sotto le 5 ore). Un consiglio spassionato: se decidete di partecipare ad un IronMan con Bruno assicuratevi che ci sia anche Lidia (sua moglie), almeno in 3 giorni avrete qualcuno con cui parlare. Al contrario di Bruno io sono abbastanza rilassato, forse anche troppo, non ho grandissimi obiettivi ma sarei stracontento di finire la gara sotto le 5 ore e 30. Negli ultimi mesi sono riuscito a trovare la giusta costanza negli allenamenti, anche grazie a Strong (il mio coach), che tirandomi per le orecchie dall’Italia mi ha spinto minacciato a non mollare. Mi sento bene, non ho molta ansia, e so che posso fare quello per cui mi sono allenato negli ultimi 7 mesi.

Alle 6.15 siamo già all’interno della prima transition area (quella del passaggio tra la frazione di nuoto e la frazione bici). Sistemiamo le ultime cose sulle nostre bici e ci infiliamo le mute. Mi spalmo vaselina sul collo, sulle mani e sui piedi per limitare al minimo il contatto con l’acqua gelida (13 gradi) della baia.

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Io e Bruno siamo nella stessa onda, quella della fascia di età 30-34, con partenza alle 7.30 del mattino. Alle 7.00 siamo già in coda aspettando il nostro turno. Fa freddo e cerco di muovermi il più possibile per riscaldarmi. Sento il bisogno di andare in bagno, ma ormai la muta è bella chiusa e non ho la minima intenzione di togliermela per poi doverla rinfilare a fatica. Svagando il più possibile quindi, decido di farmi la pipi addosso. Sensazione stupenda. Mi riscaldo le gambe che è una favola. Unico problema? Dopo un po’inevitabilmente la base della mia muta incomincia a gocciolare vistosamente, mi allontano dagli altri atleti, qualcuno tra gli spettatori se ne accorge e mi guarda ridendo. Io penso: “cazzo ridete? Infilatevi voi in una muta in neoprene alle 7 del mattino!”.

Mi ingriglio di nuovo nella mia onda, partenza rolling start, ultimo sguardo con Bruno, un “in bocca al lupo” a vicenda, e alle 7.30 sono finalmente in acqua. Adesso si fa sul serio e ci sarà da faticare. Le prime bracciate sono coltellate lungo la schiena. L’acqua gelida entra nella muta e nei primi minuti accuso tanto il freddo. Cerco di trovare da subito un ritmo buono ma non esagerato. Nuoto decisamente bene, ho sempre le prime 4 boe a vista, e seguo quelli che mi nuotano davanti. Bevo solo in un’occasione  l’acqua salata della baia quando un atleta mi affianca sulla destra per supermi. Dopo i primi 800 metri, a causa degli occhialini appannati perdo l’ultima delle 4 boe e tiro dritto invece di svoltare a sinistra. Mi ritrovo davanti a un tizio su di un surf, mi fermo, mi guardo intorno e mi accorgo che la boa è alla mia sinistra, lontana una 20ina di metri. Sono fuori traiettoria!!! Rientro, passo la boa e cerco di puntare dritto tenendo a vista il gonfiabile giallo dell’arrivo. Esco dall’acqua dopo 1.9 km aiutato dai volontari con un tempo di 32 minuti e un passo di 1.39 min /100 m.

Ho perso completamente la sensibilità a mani e piedi a causa del freddo. Corro verso la transition area, prendo la bike bag, mi infilo nella nude changing, mi tolgo la muta e mi vesto completamente. Fuori ci sono 17 gradi e il tempo e’ imprevedibile in Irlanda. Se ne vanno via così quasi 10 minuti nella prima transition area. Troppi, ma di sentire freddo in bici non ne ho proprio voglia, considerando che dopo i 90 km ho una mezza maratona da fare. Nei primi km in bici sento un pò le gambe addormentate, ma devo solo scaldarmi. Fisso in Z2, mi dico, sforando in Z3 solo negli strappetti in salita, come suggerito dal coach.

Vanno via i primi 10 km, quelli di collegamento dalla baia al centro di Dublino, dove la frazione bici corre lungo il fiume Liffey. La città è ancora addormentata e le prime raffiche di vento mi sbattono subito in faccia. “Andiamo bene” mi dico, “se ho tutti i 90 km contro vento oggi mi crepo per bene”. Invece no, uscito dal centro di Dublino il vento si abbassa, e in una manciata di km sono già nel countryside. Il percorso è veloce, solo 500 metri di dislivello e 3 strappetti in salita di un un centinaio di metri suddivisi tra i 90 km totali. Se hai i watt, qui fai la differenza. Butto un occhio sul Garmin, 33 Km/h di media dopo 20 km. Magari riuscissi a tenere sto passo per 90 km. Stay focus. Torno a guardare unicamente il cardio. Fisso in Z2, non strafare. Pedalo da Dio. Dopo 35 km inizia a piovere. Scontato, che cosa ti aspetti in Irlanda? La pioggia è leggerissima, nebulizzata, ma in poco tempo la strada si bagna pesantemente, e in discesa diventa rischioso. Ho settato l’allarme sul Garmin ogni 30 minuti, ogni mezz’ora mezza barretta. La prima mezz’ora se ne va via subito, dopo ho la sensazione che il tempo si dilati e la seconda mezz’ora sembra non finire più. “Quando suona sto Garmin? Io c’ho un po’ fame”, e butto dentro un’altra mezza barretta. Da qui in poi commetto lo sbaglio piu’ grande, che paghero’ durante i 21 km di corsa: mangio troppo, più barrette di quelle previste dal piano pre-gara.

Completo i 90 km di bici in 2 ore e 38 minuti, 34 Km/h di media, raggiungendo la seconda transition area posta all’interno di Phoenix Park nel centro di Dublino. Qui perdo altri 8 minuti. Devo fare la pipì ma i 3 bagni sono tutti occupati. Aspetto. Finalmente riesco a partire, sto bene, sento che posso gestirla alla grandissima questa mezza maratona. I primi km sono sul mio passo, 5.05-5.10 min/km, non corro ma mi sposto ovviamente, ma per uno che ha iniziato a correre da 1 anno e mezzo, non posso fare di meglio. Al sesto km inizio ad avvertire delle fitte intestinali. “Ecco fatto, ho mangiato troppe barrette, oggi sicuro mi cago addosso e ho fatto anche la cazzata di mettermi il body bianco! Proprio una bella figura di merda”. Avvisto una toilette e mi fermo, non succede nulla e riparto. Tengo il mio passo fino all’11esimo km, qui di nuovo fitte intestinali. Questa volta mi devo fermare assolutamente, sono al limite. Entro nella toilette, e in 2 minuti sono fuori. Sto meglio ma continuo ad avere problemi per altri 5 km e il mio passo inevitabilmente si alza. Solo al 16esimo Km la situazione migliora e posso tornare a correre decentemente. Adesso ho solo un chiodo fisso in mente: “se finisco sopra le 5 ore e 30 mi incazzo proprio”. Smetto di guardare il Garmin, penso solo a spingere e a correre piu’ forte possibile, sperando di recuperare un po’ di tempo perso.



I 5 km finali incominciano a passare uno dopo l’altro, ma inizio ad accusare la mezza maratona. Insisto,  mancano solo 1.5 km alla fine. Sento lo speaker che da lontano acclama l’arrivo di altri atleti. Sono vicino, vicinissimo. Giro una delle ultime curve e mi accorgo che ho ancora un rettilineo di 500 metri da fare all’andata e al ritorno. Infinito. Vorrei fermarmi e camminare, invece no, questa volta mi impongo di continuare a correre. Spingo ma sto soffrendo. Primo rettilineo fatto, adesso di nuovo, al ritorno. Infinito. Sembra quasi fatta, saranno rimasti sì e no 600 metri alla fine. Stringo i denti fino all’ultima curva, entro nel red carpet. Ora sono solo i 50 metri finali, i più belli. Intorno tanto pubblico, davanti a me solo lo speaker ufficiale dell’ironman. Qui la fatica si annulla, sono entrato ormai nella dream zone, batto il cinque allo speaker che mi tende la mano urlandomi “bravissimo” in un italiano che sa più di inglese, e passo sotto l’arco della finish line. Mi giro per guardare il tempo finale: 5 ore e 22 minuti. Daje cazzo!!! Per la seconda volta questa medaglia da finisher me la sono proprio sudata!


Bruno invece finirà con un gran tempo di 4 ore e 53 minuti, un po’ deluso perché al di sopra delle aspettative pre-gara. Per me invece, ci vorranno ancora un po’ di tempo e migliaia di km prima di portare a casa una prestazione Sub5.

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